92% итальянских компаний не имеют высокого уровня цифровизации

Studio congiunto TEHA, Amazon e AWS: investimenti high-tech in Italia sotto la media Ue, potenziale da sbloccare con semplificazione e competenze

Un nuovo studio realizzato da TEHA in collaborazione con Amazon e AWS fotografa un’Italia che dispone di importanti asset industriali, scientifici e tecnologici, ma che investe nei settori ad alta intensità tecnologica meno della media europea, con possibili ripercussioni sulla competitività, sulla produttività e sulla capacità di attrarre capitali. Gli investimenti high-tech pesano sull’economia italiana l’1,3% del Pil, contro una media europea dell’1,9%: un gap che l’analisi quantifica in un livello inferiore di circa il 32%. Secondo i ricercatori, colmare il ritardo istituzionale nella traduzione delle norme in risultati concreti potrebbe generare fino a 27 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi ogni anno, pari a circa 1,23 punti percentuali di Pil. Lo studio, intitolato «Sbloccare il futuro: investimenti high-tech per la competitività italiana», è stato presentato al Forum TEHA dedicato alle strategie competitive a Villa d’Este, a Cernobbio.

Adozione tecnologica e impatto economico

La ricerca analizza i fattori che condizionano la capacità del Paese di attrarre investimenti in comparti quali cloud, intelligenza artificiale, cybersecurity, data center e automazione e, parallelamente, la possibilità per le imprese di adottare e sviluppare queste tecnologie. I dati mostrano che l’adozione dell’intelligenza artificiale è associata a incrementi della produttività del lavoro di circa il 4%, mentre i settori a maggiore intensità digitale hanno generato una quota significativa dei nuovi posti di lavoro nell’area Ocse in un decennio considerato dallo studio. Gli investimenti high-tech consentono inoltre a Pmi e startup di accedere a tecnologie, infrastrutture e servizi avanzati senza sostenere da sole elevati costi iniziali. Persistono però forti divari digitali tra le imprese in base alla dimensione: mentre le grandi aziende raggiungono tassi molto elevati di intensità digitale in larga maggioranza, le piccole imprese restano indietro. Lo studio registra che solo una minoranza delle piccole imprese mostra un livello alto o molto alto di intensità digitale rispetto alle medie e grandi imprese.

Tre leve fondamentali per ridurre il gap

L’analisi individua tre condizioni principali per ridurre il divario e potenziare gli investimenti high-tech: un sistema energetico competitivo e affidabile, una maggiore capacità amministrativa e regolatoria e una disponibilità più ampia di competenze tecniche e scientifiche. Sul fronte energetico, il documento evidenzia una forte dipendenza dalle importazioni energetiche e costi dell’energia per le imprese italiani sensibilmente superiori alla media europea, con le autorizzazioni per impianti rinnovabili soggette a tempi molto più lunghi e a iter regolatori instabili durante i quali il quadro normativo può cambiare più volte.

Burocrazia, stratificazione normativa e capacità istituzionale

Un elemento centrale dello studio è la capacità delle istituzioni di trasformare norme e politiche in risultati concreti. I ricercatori stimano che un miglioramento dell’Institutional Delivery Index verso i livelli dei Paesi più efficienti dell’Unione potrebbe aumentare significativamente la quota di investimenti high-tech in Italia. La stratificazione normativa viene indicata come freno: l’ampio numero di leggi vigenti e i ritardi nell’attuazione delle norme lasciano risorse pubbliche non impiegate e generano incertezza per imprese e investitori. Parti dello studio quantificano in miliardi le risorse pubbliche ferme per effetto di ritardi nell’attuazione. Alec Ross, che ha contribuito scientificamente alla ricerca, sintetizza il problema sottolineando che fare impresa nel Paese è spesso reso più difficile da un sistema normativo complesso e imprevedibile: non si tratta dell’assenza di regole, ma della necessità che esse siano chiare, coerenti, prevedibili e applicabili, affinché imprese e investitori possano dedicare tempo e risorse all’innovazione invece che alla gestione della burocrazia.

Regolazione delle tecnologie emergenti e imprese

La ricerca mette in evidenza come l’incertezza normativa pesi anche sulla regolazione delle tecnologie emergenti: una quota rilevante di imprese europee dichiara di non comprendere pienamente i propri obblighi normativi rispetto all’AI Act e le aziende che percepiscono maggiore incertezza prevedono investimenti in intelligenza artificiale inferiori nel breve periodo. Sovrapposizioni tra norme europee e nazionali, regole poco chiare e fenomeni di gold plating rischiano quindi di rallentare l’adozione delle nuove tecnologie proprio quando i cicli di innovazione si accelerano. Per rispondere a queste criticità, tra le proposte emerse dallo studio vi sono la semplificazione normativa e la maggiore stabilità regolatoria, l’accelerazione nell’adozione dei decreti attuativi, la riduzione della stratificazione delle norme e la prevenzione di interventi nazionali che aggiungono oneri oltre le prescrizioni europee. Viene inoltre indicata la necessità di rafforzare percorsi formativi tecnici e STEM, reskilling e upskilling, mediante partnership strutturate tra sistema educativo, università e imprese.

Incentivi, startup e attrazione dei talenti

Per favorire una diffusione più ampia delle tecnologie, in particolare tra le Pmi, lo studio suggerisce di introdurre incentivi mirati all’adozione di intelligenza artificiale e cloud e di rafforzare l’ecosistema delle startup attraverso maggiori disponibilità di venture capital, trasferimento tecnologico e procedure più snelle per l’attrazione dei talenti internazionali. Competenze: nodo strutturale. Un altro nodo segnalato è la carenza di laureati rispetto alla media europea e le difficoltà delle imprese a reperire figure tecniche specializzate: una quota rilevante di posizioni tecniche risulta difficile da coprire e molte aziende dichiarano di non trovare le competenze necessarie. Tra le proposte, quindi, il potenziamento degli ITS Academy e dei percorsi STEM, maggiori investimenti in formazione digitale e una più stretta collaborazione tra mondo della formazione e imprese.

Proposte per la governance delle grandi opere energetiche e tecnologiche

Sullo specifico delle autorizzazioni per progetti energetici e grandi investimenti high-tech, lo studio propone misure operative quali sportelli unici, termini perentori, meccanismi di silenzio-assenso qualificato e incentivi alla nuova capacità energetica sostenibile. Per i grandi progetti tecnologici viene suggerito un percorso autorizzativo unico con un interlocutore governativo incaricato di coordinare urbanistica, ambiente, energia, fiscalità e lavoro, e con regole uniformi su tutto il territorio nazionale.

Imprese e valore aggiunto degli investimenti

I rappresentanti di Amazon in Italia richiamano l’effetto moltiplicatore degli investimenti high-tech sull’occupazione e sull’intera filiera economica. L’esperienza aziendale citata nello studio sottolinea come gli investimenti in infrastrutture digitali e operative si traducano in posti di lavoro diretti e indiretti e in un rafforzamento complessivo dell’ecosistema produttivo. Da questa prospettiva, semplificazione normativa, certezza regolatoria e investimenti in competenze emergono come leve per creare un circolo virtuoso a beneficio delle imprese, dei lavoratori e della crescita nazionale.

Conclusioni

Lo studio congiunto di TEHA, Amazon e AWS definisce dunque un quadro nel quale l’Italia possiede risorse e potenziale per aumentare la propria attrattività negli investimenti high-tech, ma deve affrontare ostacoli strutturali — tra cui costi e dipendenza energetica, complessità normativa e carenze di competenze — che ne frenano lo sviluppo. Le proposte avanzate puntano su semplificazione e stabilità regolatoria, riforme delle procedure autorizzative, incentivi mirati e investimenti formativi come leva per trasformare il potenziale tecnologico del Paese in crescita reale e sostenibile.